11 ottobre 2009

Coincidanze

Quando negli aeroporti senti voci che ti chiamano e girandoti incontri gente che, come te, ieri era in un’altra stazione e ieri l'altro in un altro porto a incontrare per caso gente che ieri era in un’altra piazza e questa cosa avviene più di tre volte nella vita, quando arrivato in una città dai indicazioni stradali a chi ci vive e questa cosa avviene più di tre volte nella vita, quando salendo il taxi in aeroporto al ritorno, l'autista ti dice la via prima che gliela dica tu e questa cosa avviene più di tre volte nella vita, significa che hai qualche chilometro di troppo sulle spalle, rispetto alla media umana, e qualche conseguente problema di base stabile, di casa.

Io dal 1979 in poi non ho più avuto una casa, niente di presentabile come tale in maniera credibile prima di tutto a me stesso.
Niente tracce, solo odori e il tempo che serve per dissolverli, un anno, a volte due, a tre chiedevo e mi si rispondeva "Non oggi".

Dal 1979 combatto contro questo smarrimento, a volte riuscendoci, a volte no.
E in questa trentennale altalena ho coinvolto tante, troppe persone.
Anche scelte, a volte per caso, dal mio essere stato a mia volta coinvolto nelle altalene di un equivalente numero di smarriti (di luoghi, di tempi, di affetti) con i quali si condivideva l’accelerazione, che, vuoi per empatia vuoi per mal comune, mi son trovato accanto.
Le altalene dei giardini hanno sempre due posti, come se l’inventore avesse previsto il bisogno di girarsi e trovare sempre qualcuno accanto alla stessa velocità, alla stessa altezza nel punto più lento, quello più emozionante, alla stessa bassezza nel punto più veloce, quello più rischioso.

Che mi si creda o no, mi dispiace per ciascuna di quelle persone, tutte, nessuna esclusa.
Dico Miki, per dire tutti gli uomini, dico Lorenza, per dire tutte le donne.
E questa è l'altra cosa contro la quale combatto da trent'anni.
A volte riuscendoci, a volte no.

Non è facile.
Che mi si creda o no, io ce la metto sempre tutta.
Ma è dannatamente difficile quando vivi una vita nella quale conosci più gente in un aeroporto a caso che a casa tua, quando ad esserti familiari sono le stazioni, i taxi, gli alberghi che ti danno del tu.

Vorrei avere il tempo e una collina per potermi costruire una casa con le mie mani, come fece mio padre, così, solo per darle un giorno fuoco per caso, come fece lui, e poi ripartire senza voltarsi indietro, burattini meno baracca, cuori al netto della capanna, come entrambi siamo stati capaci di elevare a vera e propria arte.

L'ultima volta che ci salutammo fu in un aeroporto.
In una stazione.
Su un taxi.
In un albergo.

E poi furono sempre così i miei anni.
Per caso e in un posto a caso.
La somma delle due condizioni rende le cose definitive, non la volontà.


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